“Sixty Minutes” – ImagoPhotoTalk con Davide Bergamini

E’ online sul canale YouTube di ImagoZero il video integrale del Photo Talk  di Venerdì 17 Aprile scorso con lo street photographer Davide Bergamini!

Ringraziamo di cuore Davide per la disponibilità e per aver condiviso con noi il suo progetto ” Sixty Minutes”, raccontandoci il suo personale modo di vivere la fotografia come un appuntamento quotidiano, proprio durante i 60 minuti di pausa pranzo.

“Sixty Minutes” è diventato anche una pubblicazione, che potrete acquistare su Amazon o contattando @davidebgm in Direct Message su Instagram!

Buona visione! 😊

#imagozero
#imagozerocatania
#imagophototalk

Al Mudec Photo di Milano, in mostra un Erwitt intimo con “Family”

Elliott Erwitt
Milano. MUDEC – Museo Delle Culture.
via Tortona 56
mudec.it
Fino al 15 Marzo 2020

“Se le mie immagini aiutano qualcuno a vedere le cose in un certo modo, probabilmente è a guardare le cose serie con più leggerezza. Tutto è serio ma può anche non esserlo.”

Elliott Erwitt, Family – Foto di Gabriella Ricifari


Se vi trovate a
Milano entro il 15 Marzo vi consigliamo di non perdere la mostra “Family” di Elliott Erwitt al Mudec Photo. Si tratta di 60 scatti in bianco e nero attraverso i quali Elliott con il suo sguardo ironico e romantico, potente e leggero indaga il tema universale e totalizzante della famiglia.

Del resto la famiglia ha rivestito un ruolo di primo piano per l’artista che ha avuto quattro matrimoni, sei figli e un numero di nipoti e pronipoti in continuo divenire. Elliott ci conduce da istanti di vita dei potenti della terra, come l’immagine di Jackie al funerale di Kennedy, a momenti intimi e romantici come lo scatto di Robert Frank che balla in cucina con la moglie, fino a scene privatissime e intense come la celebre foto della bambina neonata sul letto, che poi è Ellen, la sua primogenita.

La selezione operata per Mudec Photo alterna immagini ironiche a spaccati sociali, matrimoni nudisti, famiglie allargate o molto singolari a significare che possiamo essere la famiglia che scegliamo e vivere stati d’animo simili, a prescindere dall’importanza del ruolo che si ricopre nel mondo.

Gabriella Ricifari

Alessio Mamo e il dramma del reportage contemporaneo

“È impossibile trovare le parole per descrivere ciò che è necessario a coloro che non sanno ciò che significa l’orrore.”

Colonnello Walter E. Kurtz, Apocalypse Now (Francis Ford Coppola, 1979)

A volte è difficile raccontare orrore e disperazione, ma anche desiderio e rivalsa con le sole parole. E ovviamente in questi casi vale il classico adagio per cui “un’immagine racconta meglio di mille parole”.

Ciò nonostante non è da tutti riuscire a trasmettere il senso assoluto di stati d’animo così complessi nemmeno attraverso le immagini.

E per questo gli autori di fotoreportage che colpiscono contemporaneamente il cuore e lo stomaco sono forse oggi quelli che meglio ci stanno raccontando un mondo in continuo e febbrile cambiamento.

Tra tutti, negli ultimi anni, spicca un giovane fotoreporter che, dopo la laurea in chimica, ha scelto il mondo fotografico per regalare agli altri la sua personale visione del mondo.

Parliamo del fotografo siciliano Alessio Mamo, che avremo il piacere di ospitare alla prima edizione di PHŌTÓS, manifestazione pubblica per chi vive e condivide la Passione per l’Arte Fotografica. (Maggiori dettagli sul nostro evento sono disponibili a questo link).

Occhi che scrutano drammi sociali e quotidianità

Dopo la laurea in fotografia all’Istituto Europeo di Design (IED) di Roma, Mamo ha subito realizzato quale fosse la sua mission nel mondo fotografico: raccontare la quotidianità del dramma di ogni singolo essere umano.

Ed è per questo che ha scelto il fotogiornalismo come suo campo prediletto per la sua specifica narrazione visiva: attualmente ricopre la figura di freelance per la Photo Agency indipendente Redux Pictures.

Ma dove si sofferma nello specifico lo sguardo del nostro fotogiornalista conterraneo? Alessio Mamo negli ultimi anni è stato una delle voci che meglio ha raccontato la crisi umanitaria e migratoria globale.

Immortalando con grande abilità in maniera particolare gli effetti di questa immane crisi sui soggetti più deboli e indifesi.

Su quelli che non hanno possibilità di difendersi da efferatezza e violenza, con una visione partecipata che non sfocia però mai nel mero patetismo.

Richiedenti asilo pachistani nel centro Cara di Mineo, Sicilia, 2015. (Alessio Mamo, Redux/Contrasto ) © 

Ma non solo. Sempre più negli ultimi anni Mamo ci sta anche raccontando gli effetti visivamente ancora più plateali e debordanti della devastazione delle guerre in Medio Oriente.

Dove anche qui sono gli indifesi, le vittime della “Storia”, in una concezione che assomiglia molto a quella dell’omonimo romanzo-verità di Elsa Morante.

Il riconoscimento ottenuto al World Press Photo

Come coronamento di una carriera decennale, dedicata interamente a una concezione etica e partecipata del fotogiornalismo, il fotografo siciliano ha vinto il secondo premio al World Press Photo 2018, per la categoria People, sezione “Singles”.

La foto, dal titolo Manal, War Portraits (2017) descrive il dramma inimmaginabile di una ragazza di 11 anni che, a causa di un esplosione missilistica nei pressi di Kirkuk in Iraq, è rimasta sfigurata nel volto e nell’anima.

Manal, War Portraits (2017) – Alessio Mamo © 

La giovane infatti è costretta a indossare una maschera per diverse ore al giorno, così da proteggere il proprio viso deturpato (e ricostruito a seguito di numerosi interventi chirurgici) dalla luce del sole.

Una cosa che a noi appare tanto naturale e scontata per Manal si è trasformata in qualcosa da cui doversi proteggere: e questo è forse il dramma più grande del capovolgimento globale scatenato da una guerra.

Tutto scorre

E in un mondo che è trascinato da un continuo e sfrenato πάντα ῥεῖ immaginifico a volte persino una immagine di forte denuncia, agli occhi degli stolti, rischia di trasformarsi in mera speculazione.

Uno dei recenti progetti del fotografo siciliano ambientati in India, Dreaming Food, ha scatenato sui Social l’anno scorso una serie di polemiche relative a una sorta di “sfruttamento visivo della povertà”.

Dreaming Food: India’s Hunger Issue, 2018 – Alessio Mamo ©

Le foto sono frutto di una serie concettuale (condotta con un’associazione no profit locale e che non ha ritratto per scelta soggetti né malnutriti né malati) che vuole contrapporre lo scandalo inaccettabile dello spreco di cibo e di consumi associato a periodi come quello del Natale Occidentale, all’estrema miseria delle zone di povertà.

Ovviamente i personaggi pubblici dall’indignazione facile (e a comando) hanno subito etichettato queste foto come pretestuose e strumentali. (Foto per cui l’autore si è addirittura scusato nel caso fossero risultate offensive per qualcuno).

Eppure è forse proprio questo il senso della denuncia: scuotere, riflettere e spingere all’azione.

Probabilmente è questa la lezione più grande che ci ha regalato Mamo con queste ed altre foto: anche se noi ci troviamo fermi nella nostra stanza a guardare la TV, il monitor di PC o il nostro smartphone, il mondo là fuori continua a muoversi.

E noi dobbiamo scegliere se essere spettatori o agire.

Un monito alla riflessione che ci impone di guardare il mondo da altre angolazioni e con un diverso spirito.

E in un mondo che ogni giorno assomiglia sempre meno a quello del giorno precedente raccontare tutto questo per frenare la schizofrenia delle immagini, consentitelo, non è cosa da poco.

Simone Bellitto

World Press Photo: la fiaccola del reportage dal volto umano

“La fotografia è un mezzo di espressione potente. Usata adeguatamente è di grande utilità per il miglioramento e la comprensione. Usata male ha causato e causerà molti guai… Il fotografo ha la responsabilità del suo lavoro e degli effetti che ne derivano… La fotografia per me non è semplicemente un’occupazione. Portando la macchina fotografica io porto una fiaccola…”

(W. Eugene Smith)

Il reportage è senz’altro uno dei generi fotografici più veri e più sentiti. Ma allo stesso tempo può essere un’arma a doppio taglio, poiché è la forma di “ritratto di luce” più realistico e quanto mai lontano da qualsiasi tipo di “filtro”.

La verità sotto forma di immagine, dunque. Ciò che l’occhio ritrae sarà senza dubbio ciò che la macchina ha inquadrato: e dunque forse questo rende il reportage ciò che più si avvicina all’obiettività.

Questo genere ha visto arruolare nelle sue file tantissimi Grandi Maestri della fotografia, che hanno ritratto spesso in maniera impietosa, ma anche con altrettanta umanità, scenari di guerra, devastazioni, carestie ma anche realtà emarginate delle grandi metropoli.

Basti pensare a Robert Capa e la Seconda Guerra Mondiale; o a Sebastião Salgado e le sue foto della povertà nel Corno d’Africa e della devastazione delle guerre nell’Ex Jugoslavia; o ancora alle iconiche foto di Nick Út in Vietnam o di Steve McCurry in Afghanistan.

Rwandan refugee camp in Benako, Tanzania. 1994 – Sebastiao Salgado ©

Un oceano sterminato di immagini che ci ha restituito, in modo più o meno sconvolgente l’orrore, ma anche la speranza, proveniente da qualsiasi fazzoletto del mondo.

Qual è, nel 2019, alla fine del secondo decennio del XXI secolo, l’eredità di questi grandi fotoreporter? Chi sono i grandi eredi di questa immane tradizione? Chi si occupa di tramandare questa grande eredità alla popolazione mondiale?

La fiaccola del World Press Photo

Rifacendoci alla bella immagine della citazione di W. Eugene Smith è lecito chiedersi chi stia portando avanti nella Storia questa suggestiva fiaccola, per illuminare di luce l’oscurità dei luoghi celati dall’oblio dell’indifferenza quotidiana.

Ad assumersi questa responsabilità è la fondazione olandese World Press Photo, che rappresenta l’organizzatrice del più grande e più prestigioso concorso di fotogiornalismo mondiale, vale a dire i World Press Photo Awards.

Una sorta di Premio Oscar del fotoreportage mondiale, tanto per intenderci.

La cerimonia finale di premiazione assegna riconoscimenti ai migliori fotoreporter del mondo dalla sua prima edizione, datata nel lontano 1955.

Ed il premio più ambito è senza dubbio quello della World Press Photo of the Year, che in sintesi, nelle intenzioni degli organizzatori deve essere non solo

“[…] la sintesi fotogiornalistica dell’anno, ma rappresenta un problema, situazione o evento di grande importanza giornalistica, e fa questo in un modo che dimostra un eccezionale livello di percezione visiva e creatività.”

Un premio, pertanto, che ha l’obiettivo di rendere pervasiva la comunicazione fotografica e di riuscire ad avvicinare il grande pubblico al mondo del photo reportage.

Tra i grandi vincitori del passato non si possono non citare almeno il fotografo britannico Don McCullin, che nel 1964 si aggiudica il primo premio con una foto dedicata alla scottante Questione di Cipro.

Ghaziveram, Cyprus. 1964 – Don McCullin ©

O il già sopra citato Nick Út, che nel 1975 ritrae la giovane Phan Thị Kim Phúc e altri bambini che fuggono con gravi ustioni causate da napalm (foto che gli varrà anche il Premio Pulitzer).

O anche gli italiani Francesco Zizola e Davide Masturzo, trionfatori rispettivamente nel 1997 e nel 2010 con istantanee sulla guerra civile in Angola e la Dittatura in Iran.

Kuito, Angola, 1996. Franesco Zizola ©

Italia che comunque si è sempre distinta anche nelle altre sezioni: basti pensare alla vittoria del fotografo siciliano Alessio Mamo per la categoria People nel 2018.

Dunque una delle kermesse più importanti della fotografia mondiale: e che riesce a portare avanti egregiamente la sua mission.

Una fiaccola nell’oscurità: sarà questa lanterna a continuare a perpetrare la tradizione del reportage alle generazioni future. 

Un compito non semplice: ma che finora è sempre stata portato avanti senza perir colpo.

(La foto di apertura dell’articolo è la vincitrice del World Press Photo of Year 2018: Venezuela Crisis, 2017, Ronaldo Schemidt ©)

Simone Bellitto

Morire di Classe: uno sguardo sull’Inferno istituzionalizzato

“Gli infermieri non devono tenere relazioni con le famiglie dei malati, darne notizie, portar fuori senz’ordine lettere, oggetti, ambasciate, saluti: né possono recare agli ammalati alcuna notizia dal di fuori, né oggetti, né stampe, né scritti.”

(Norma di regolamento in un ospedale psichiatrico, citato nel libro Morire di Classe).

Nel 2019 ricorre un anniversario importante e significativo. 40 anni fa, nel 1979, veniva approvata la celebre Legge Basaglia, che metteva per sempre la parola fine al concetto di “manicomio” come era stato inteso fino a quel momento.

E decretava la chiusura e la riconversione di strutture che erano ascrivibili alla categoria “detentiva” e non a quella “curativa/riabilitativa”.

Ma già negli anni precedenti alcuni studi e ricerche avevano scosso l’opinione pubblica, innestando quel processo che, di lì a poco, avrebbe messo in discussione l’intera istituzione “manicomiale”.

Emblematico, in questo senso, è stata, 11 anni prima dell’approvazione della legge una raccolta fotografica curata da Gianni Berengo Gardin e Carla Cerati, con l’importante contributo dello stesso medico Franco Basaglia, padre fisico e spirituale della legge che porta il suo nome.

Quell’importantissimo capolavoro di reportage documentario fotografico porta l’emblematico nome di Morire di Classe, e fu pubblicato nel 1969.

Le porte dell’Inferno istituzionalizzato

Questo lavoro, di una durezza visiva ma al contempo di una sensibilità narrativa unica servì a spalancare le porte di un vero e proprio “Inferno istituzionalizzato”.

In quegli anni la follia, la malattia mentale, era un fastidio che non doveva essere messo in vista.

Durante il Primo Novecento le aberrazioni mentali potevano essere, infatti, un campo di studio accademico, buono per qualche disputa universitaria o per qualche (discutibile) trattato di criminologia.

Nel Secondo Dopoguerra, l’ansia di “normalizzazione” e la voglia di ricostruzione spingeva le persone e la società ad accentuare ancor di più questo andazzo, così da poter lavare i panni sporchi, se non in casa, quantomeno lontano dagli occhi (e dal cuore).

Fu così che per parecchi decenni il manicomio criminale diventò una sorta di limbo dell’oblio, dove confinare e relegare tutto quanto non era ascrivibile all’insieme dei “normali”.

Il luogo della costrizione e della violenza “legale”

E fu così, d’altronde, che l’istituzione divenne prigionia. E il manicomio diventò la metafora dello Stato che opprime i più deboli.

Franco Basaglia fu così che traccio quella linea netta che vedeva nel manicomio come classicamente inteso la proiezione accentuata e iperrealista del rapporto (realmente) malato fra luogo di cura e società esterna.

La costrizione dei malati e la prevaricazione che soggetti inermi e indifesi subivano dai loro controllori (che talora diventavano aguzzini) riassumeva in toto la violenza che fuori da quelle mura veniva (e viene ancora) esercitata da chi il Potere lo detiene.

Per Basaglia, infatti, il fulcro rimaneva quello di un Sistema Sociale disinteressato al recupero di chi è stato escluso, che limitava il raggio dell’azione umanitaria “all’interno di un’istituzione apparentemente non violenta”.

Un “non luogo” per “non umani”

Una sorta di “non luogo”, ecco cos’era il manicomio. Dove l’essere umano smetteva di essere tale e diventava un oggetto. Come in una sorta di campo di prigionia che rimembrava altro dolore, altre sofferenze, altre tragedie di solo qualche decennio prima.

Tanto che, tra le fotografie di Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin sono stati inseriti contestualmente dei frammenti testuali che spaziano sul materiale della “follia” nell’età moderna.

I brani di Luigi Pirandello, Michel Foucault, Erwin Goffman e Bertolt Brecht rappresentano la naturale (e crudele) didascalia delle fotografie che mettono in mostra l’abbandono, la solitudine e il degrado di uomini soli. Simili sempre più a cose e non a persone.

Ben si sposa, purtroppo, con la spersonalizzazione che nei campi di sterminio i Nazisti applicarono alle proprie vittime, come fa eco la tremenda citazione tratta da “Se questo è un uomo” di Primo Levi:

“Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso.”

Il potere sociale delle immagini

Il vaso di Pandora, a questo punto, era stato scoperchiato. A questo punto nascondere la polvere sotto il tappeto non era più una soluzione praticabile.

Lo stesso Basaglia aveva scritto già in quel periodo un libro molto famoso pubblicato nel 1968, L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico.

Ma l’immagine diede qualcosa in più, fu forse l’ariete che consentì di mettere di fronte agli occhi di tutti l’orrore di quel mondo sommerso, chiuso irrimediabilmente da un lucchetto e da una camicia di forza.

E furono anche quelle fotografie scattate da Berengo Gardin e dalla Cerati a dare adito a quella lotta medica, e in seguito politica, che favorì il processo di riforma degli ospedali psichiatrici in Italia (e successivamente in altri paesi) per mezzo della legge 180/1978 (la già citata “Legge Basaglia“).

Non è certo facile esaurire in questo breve articolo l’importanza di questo libro fotografico, forse uno dei più significativi di tutta la storia fotografica italiana e mondiale.

Forse basterebbe prendere in mano questo pezzo di Storia e dare un’occhiata a queste sofferte e dolorose pagine.

Se tutto questo non basterà a toccare il cuore e l’animo del lettore, sarà la paura inculcata dalla normalità ad averla vinta.

E in tempi bui e miserrimi come questi, purtroppo, il rischio di una “normale indifferenza” rimane purtroppo alto.

Simone Bellitto

A Palermo con Ferdinando Scianna, Franco Zecchin e Letizia Battaglia

Il 7 Aprile 2019 è stata una di quelle classiche date che, per i corsisti, i soci e tutto lo staff di ImagoZero Catania, difficilmente potrà essere cancellata dalla memoria.

In un trittico che definire delle meraviglie sarebbe dire poco, l’allegra compagnia di insegnanti e di aspiranti fotografi hanno potuto apprezzare tre stupendi momenti per una giornata assolutamente indimenticabile.

Tre momenti vissuti nella suggestiva cornice di Palermo che, qui di seguito, vogliamo a grandi linee descrivere. Così da poter ipoteticamente comunicare ai lettori quali meraviglie hanno potuto guardare oggi i nostri increduli ed emozionati occhi.

La mostra di Ferdinando Scianna

Ad aprire le danze è stata la mostra dal titolo “Viaggio Racconto Memoria” dedicata ad uno dei fotografi più celebri ancora viventi, che tutto il mondo ci invidia: Ferdinando Scianna.

Il fotografo isolano – reporter di fama e noto membro della Magnum Photos – ci illustra con il suo eccezionale bianco e nero la propria concezione del medium fotografico: uno sguardo a 360° sul mondo che ci circonda.

Ed è questo viaggiare incessante il fulcro della sua opera: un viaggio che è più un iter della mente che fisico.

La mostra, infatti, è sapientemente divisa per vere e proprie mappe concettuali.

Si parte da un viaggio nella memoria, alla ricerca di un’isola che non c’è (più) come quella Sicilia perduta, quasi dimenticata in ricordi che hanno un gusto dolce-amaro. All’insegna di una melanconia per una tradizione che sta scomparendo, sommersa da un eterno presentismo.

Per poi passare verso altri mondi: come ne sono testimonianza i suoi viaggi negli Stati Uniti, metà da lui particolarmente gradite perché fornisce spicchi di realtà che tutti conosciamo, ma che non smettono mai di sorprenderci.

O il suo viaggio verso il “mondo offeso”, citando Vittorini: un viaggio nella sofferenza, nella fame e nei patimenti di luoghi e persone feriti da guerre, epidemie e migrazioni di massa.

Una via crucis nei meandri del dolore che attraversa nazioni come il Libano, l’India, l’Etiopia fino ad arrivare al dramma dei profughi albanesi negli anni ’90.

O ancora il suo rapporto di simbiosi con le ombre: uno strumento per Scianna indispensabile per scrivere con la luce. Ma anche per disegnare ed evidenziare concetti ed emozioni con la sua mano fotografica, diretto prolungamento della sua anima.

E, infine – ma tante altre sotto-trame non mancherebbero – il suo rapporto con gli altri artisti e con il mondo dello spettacolo, finemente narrato dalla bellezza dei suoi ritratti.

Si va dall’affresco “familiare” all’amico e compagno di mille viaggi, Leonardo Sciascia; agli scatti dedicati ad altri maestri della fotografia mondiale come Henri Cartier-Bresson e Jacques Henri Lartigue; per chiudere con l’incontro folgorante con la modella Marpessa, che verrà magistralmente incastonata come una gemma tra le gemme, tra le bellezze e le strade siciliane. All’insegna, in parole povere, di un concetto di “moda” scarno ed essenziale, totalmente privo di patina.

La mostra, in conclusione, è uno spettacolo visivo in cui è concentrata una parte significativa di un’attività prolifica, incessante e mai doma da decenni.

E dalla voce “in carne ed ossa” di Scianna siamo guidati dall’inizio alla fine. Le audio-guide sono come Virgilio e Beatrice per Dante: una voce che ci porta dai meandri dell’Inferno in Terra a mirar le “stelle”. Che queste stelle siano quelle dello spettacolo e non astri celesti, beh, poco importa.

La mostra “Viaggio Racconto Memoria” è esposta al GAM – Galleria d’arte Moderna “Empedocle-Restivo” di Palermo, fino al 28 luglio 2019.

La mostra di Franco Zecchin

Il secondo appuntamento di giornata, non meno emozionalmente intenso, si è svolto (come anche il terzo) al Centro Internazionale di Fotografia, dove la troupe dell’associazione ha avuto il piacere di vedere la mostra, dal titolo “Continente Sicilia” dedicata al fotografo Franco Zecchin.

Fotoreporter che della Sicilia ha fatto il suo vero e proprio “Teatro di guerra”.

Al centro dei suoi scatti, infatti, ci sono le persone che, nel bene o nel male, hanno segnato la storia recente della nostra Isola, bella e maledetta.

Fotografie che spesso “si macchiano” del sangue dei vincitori e dei vinti, a descrivere quel conflitto armato scatenato dalle Mafie senza lasciare nulla all’immaginazione: col coraggio e con la durezza di un pugno allo stomaco veniamo trascinati tra le scene degli omicidi “eccellenti” degli uomini di Stato e della “gente di rispetto”.

Intervallando questo bagaglio di orrori con scene di vita quotidiana, manifestazioni di protesta contro le basi missilistiche, feste paesane e angoli di ospedali psichiatrici. Il tutto in nome della pura e semplice verità.

Questa verità che si trova, si, annaspando tra i corpi senza vita e tra le macerie degli attentati dinamitardi: senza però dimenticare questi martiri come erano da vivi.

Perché il messaggio è chiaro: Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Rocco Chinnici e Cesare Terranova non sono dei santini da esibire quando serve.

La mostra “Continente Sicilia” di Franco Zecchin è visitabile fino al 16 Giugno all’interno dei locali del Centro Internazionale di Fotografia di Palermo.

L’incontro con Letizia Battaglia

Infine l’episodio conclusivo – ma di certo non meno importante della giornata – è stato dedicato all’incontro con la direttrice del Centro Internazionale di Fotografia, vale a dire la fotografa Letizia Battaglia.

Una donna che, dall’alto dei suoi 84 anni, ha le idee assolutamente chiare sul mondo della fotografia e sulla lezione da impartire ad amatori ed aspiranti professionisti, che gli attenti interlocutori hanno assorbito dalla prima all’ultima parola.

La fotografa ha parlato degli anni bui della Sicilia preda della morsa mafiosa, quando con estremo coraggio sfidò l’omertà della città, grazie all’esibizione pubblica delle immagini dei morti ammazzati per strada. Un atto di coraggio che non esiterebbe a rifare, se necessario, anche alla sua veneranda età.

Ha descritto anche le sue esperienze professionali: citando come uno dei suoi punti di riferimento il fotografo ceco Josef Koudelka.

Un artista che ha fatto della macchina fotografica il suo credo di vita, la sua missione: senza scendere mai a nessun compromesso con il mercato e con gli editori, rinnegando il profitto economico per la piena tutela della sua libertà espressiva.

E la Battaglia condivide questo spirito anticonformista: a tutela di una concezione dell’artista che possa essere premiato per i propri meriti, senza divenir mero pasto per i salotti borghesi dell’arte fine a sé stessa.

Infine, ha esortato i giovani amatori a tirare fuori dai propri scatti ciò che realmente si ha dentro: per una fotografia che scuota veramente, che riesca a sconfiggere definitivamente la cecità e l’anestesia visiva alle immagini delle quali siamo quotidianamente vittime.

Concludiamo rispondendo con entusiasmo a questa esortazione: ribadendo che l’associazione ImagoZero non potrà facilmente dimenticare questa giornata.

Così tanto piena e allo stesso tempo così tanto bella da essere volata via come il più fugace degli attimi.

Breve e intensa come il più riuscito degli scatti.

Simone Bellitto

Agnès Varda: una vita tra Fotografia e Cinema

Agnès Varda, © Cortesía de FICG 25 / Oscar Delgado , 2010

Reportage, cinema e fotografia non sono compartimenti stagni. Anzi, spesso e volentieri sono ambiti che si intrecciano in modo molto proficuo, generando un valore aggiunto ad opere d’arte che già singolarmente hanno un contenuto formale ed estetico molto elevato.

Non sono rari i casi di grandi registi che hanno avuto rapporti proficui con più media: basti pensare ai fortunati esordi fotografici di Stanley Kubrick.

O il talento spiccato di Wim Wenders nel barcamenarsi in maniera autorevole tra un’arte e l’altra (basti pensare a quel capolavoro assoluto di “cinema sulla fotografia” che è Il Sale della Terra, dedicato al grande Sebastião Salgado).

Uno di questi grandi artisti, figli allo stesso modo di macchina fotografica e cinepresa, ci ha purtroppo recentemente lasciati, esattamente il 29 marzo 2019.

Parliamo della regista, e fotografa francese Agnès Varda.

Un’abile documentarista

La Varda era soprattutto nota nel campo del Cinema, spesso per essere stata accostata alla Nouvelle Vague, uno dei movimenti cinematografici più conosciuti della cinematografia francese.

È stata soprattutto un’abile documentarista e autrice di film spesso a metà tra finzione e realtà: ha girato all’incirca una decina di pellicole tra lungometraggi, corti e documentari veri e propri.

Nel 2018, tributo a una grande carriera, le è stato anche assegnato l’Oscar alla carriera.

La passione per la fotografia

Un po’ meno nota, ma di certo non di inferiore qualità, è stata la sua attività di fotografa in giro per il mondo.

Lo stesso sguardo rigorosamente analitico che troviamo nella sua opera documentaristica è sicuramente riscontrabile nella sua opera fotografica.

Nei suoi viaggi in terre spesso molto lontane, sia fisicamente che mentalmente distanti dal nostro Occidente, Agnès Varda immortala persone e situazioni senza compassione, patimento o enfasi non necessarie.

Inquadrando, nell’angolo di mondo congelato dai suoi scatti, soltanto attimi di realtà, vita vissuta.

Come nei suoi reportage ambientati nella Cina maoista o nella Cuba di Castro.

Nel primo caso la fotografa si recò in Estremo Oriente nel 1957, all’interno di una vera e propria “missione” diplomatica, assieme ad alcuni ambasciatori francesi, per documentare la vita nel paese.

Cina, 1957 – © Agnès Varda

Sono scatti che rappresentano la gente comune, la vita quotidiana, le famiglie e gli operai di una società di certo in fermento, alle prese con un’industrializzazione (forzata) che tristemente di lì a poco avrebbe dato amari frutti.

La Varda, molto lontana dall’operare una mera mitizzazione del regime, lascia che sia la macchina fotografica a descrivere situazioni e cose al posto delle parole.

Lo stesso discorso vale per il suo viaggio personale a Cuba, nel 1963, dove la vitalità del popolo ispanico, fresco di rivoluzione ed in pieno scontro aperto con i vicini a stelle e strisce, colpisce il suo occhio.

Cuba, 1963 – © Agnès Varda

E dai suoi occhi questo eterno movimento di persone in cerca di libertà finirà per impressionarsi nei suoi scatti: i giovani, la musica e le lotte per l’uguaglianza emergono in una società che, nel suo essere contraddittoria, genera un’interessante soggetto da mettere a fuoco.

Anche qui la Varda tenta di non lasciarsi abbagliare dal clamore mediatico sorto attorno alla giovane repubblica: più che le pose di Castro le interessa guardare il popolo, la gente.

Fare il ritratto ad una società, quella degli anni ’60, che sta per cambiare in ogni angolo del pianeta.

Un legame indissolubile

Anche quando deciderà di dare maggiore propensione alla sua attività cinematografica, Agnès Varda sarà sempre legata in modo indissolubile alla fotografia.

Un tributo al dagherrotipo che la cineasta non dimenticherà di citare neanche nei suoi film.

Vogliamo citare, semplicemente come esempio, in una sorta di procedimento ad anello, il suo primo e il suo ultimo film.

Ne La pointe courte (1955), interpretato da un giovanissimo Philippe Noiret, un film a metà tra lirismo alla Jean Vigo e neo-realismo italiano, troviamo alcuni frame che sono montati come se fossero dei veri e propri scatti fotografici.

Frame dal film “La Pointe Courte”, 1955, Agnès Varda

Immagini in movimento che però scolpiscono molto bene l’istante singolo, la fatuità del momento. Quasi a intervallare e accavallarsi con i “frammenti di un discorso amoroso” (citiamo Barthes) rimasto totalmente inconcluso ed inespresso per i protagonisti della pellicola.

Nel suo ultimo lungometraggio, il documentario Visages, Villages (2018) la regista si lascia trascinare, invece, in un viaggio on the road su e giù per la Francia col fotografo francese JR.

Frame dal film “Visages, Villages”, 2018, Agnès Varda

Ed è qui che questi due girovaghi che hanno sbarcato il lunario (JR è un noto artista che utilizza come sua peculiarità il collage fotografico) entreranno nelle vite delle persone comuni, raccogliendo impressioni, sogni e speranze infrante di una provincia spesso ignorata ma che non muore mai per sempre.

Un vero e proprio testamento spirituale, che acquisisce un significato ulteriormente stratificato dall’emblematica visita alla tomba di Henri Cartier-Bresson: un infinito tendersi a quell’ “istante decisivo” che, probabilmente, raccoglie in maniera intimistica la sua (e la nostra) esistenza.

Simone Bellitto