“CON NUOVI OCCHI” – Collettiva Fotografica | Corso Base di Fotografia 2019

Giunti al termine di questo entusiasmante percorso di conoscenza della Fotografia e di conoscenza reciproca, l’Associazione Culturale ImagoZero è lieta di presentare:
“CON NUOVI OCCHI” – Collettiva Fotografica | Corso Base di Fotografia 2019

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Pietro Alba
Agata Amato
Simone Bellitto
Danilo Biazzo
Francesco Bonanno
Michele Brischetto
Michelangelo Calderaro
Luigi Calò
Giuseppe Cappadonna
Antonella Castorina
Giovanni Cucinotta
Concetta D’Angelo
Paolo Di Maria
Alfredo Giuffrida
Andrea Glescic
Sandra Lingenti
Roberto Medioli
Giorgia Musumeci
Salvatore Niciforo
Sara Padalino
Adriana Parano
Corrado Passarello
Noemi Pezzino
Daiana Piazza
Luana Piazza
Maria Rapisarda
Ugo Romeo
Piera Santangelo
Melita Sapuppo
Martina Sciuto
Tommasina Spampinato
Daniela Tomasello
Rosanna Torrisi
Salvo Toscano
Mariarita Zappalà

Spezzare le “Catene” del videomaking con i Ground’s Oranges

Intermedialità. Un concetto che ben esemplifica il dialogo tra media diversi (che abbiamo già trattato nel nostro articolo su Agnès Varda, a cavallo tra cinema e fotografia).

Un’intersezione che non si ferma a singole opere d’arte ma che trova la sua piena espressione in veri e propri universi che, alle volte, sembrano correre a velocità parecchio diverse.

Nel caso specifico parliamo di come la concettualità di certa fotografia, di certe immagini “immobili”, trova un suo corrispettivo in un’arte dinamica e veloce come quella del videoclip e del video-making.

Ed è proprio questo il fulcro dell’incontro avvenuto martedì 16 aprile per la serie degli Imago Talk con il collettivo artistico catanese Ground’s Oranges.

Ground’s Oranges: potere all’immaginazione visiva

Artisti poliedrici, originali ed innovativi, questi “videografi” rispondono al nome di Salvo “Zavvo” Nicolosi, Jacopo Saccà, Marco Riscica, Dimitri Di Noto e Riccardo Nicolosi.

Lo scopo di questo progetto è dare adito alla propria libertà espressiva grazie a un’azzeccata concatenazione di immagini e concetti sdoganati dalla mera convenzionalità.

E soprattutto senza mai scadere nel banale o nello scontato: una ricerca artistica che non si prende mai troppo sul serio ma che punta a rivelare, attraverso il fluire di questo vortice di immagini in movimento, lo spirito più autentico di ciascuno dei membri di questa squadra.

I Ground’s Oranges trasudano di questa follia semiseria in tutti i video da loro creati, di cui citiamo solo qualche esempio, tra quelli visti durante la bella e piacevole serata.

Come sdoganare un funerale

Si pensi alla genialata del Pre-funerale di Luigi Virgillito”(2013): vale a dire un condensato di parodia e di sberleffo a una certa cultura popolare legata ai cosidetti “pre-matrimoni”, “pre-battesimi”, ma soprattutto ai tanto ostracizzati “pre-diciottesimi”.  

In un’overdose di colore che si pone in aperta antitesi con l’atmosfera “funebre” tradizionale siciliana, questa breve ma piccola perla quasi nonsense, con ammiccamenti ad una mimica vicina al cinema di Ciprì e Maresco, spazza via decenni di tabù su argomenti quasi intoccabili per la “sicilianità” come la morte e il funerale.

Questo è solo un sintomo della originalità e della ricercatezza delle loro creazioni.

Indie(gesto)

I Ground’s Oranges sono anche riusciti nel loro intento di dissacrare un certo ambito “indie” tanto acclamato dalle folle di pseudo-intellettuali in cerca di idoli vuoti a cui (fintamente) ispirarsi.

Basterebbe guardare il loro videoclip originale dal titolo Stuff Pick” (2014), in cui prendono in giro certo atteggiarsi ad hipster e radical chic da tastiera, dove le citazioni a registi e artisti celebri per pura moda e senza alcun filo logico la fanno da padrona (basti citare a titolo esemplificativo David Lynch e Wes Anderson).

O forse uno dei parti più fenomenali degli ultimi anni, vale a dire la creazione dal nulla di un artista indie che è bello ed emblematico proprio perché in realtà non esiste: il beniamino delle folle Cambogia.

Per loro stessa dichiarazione: metti giù un tizio un po’ belloccio, un testo che è di una banalità sconcertante e una melodia orecchiabile. E il gioco è fatto.

Ed il videoclip de Il mare non è niente di speciale” (2017) è la sintesi di questo progetto creativo che per un anno è stato davvero preso sul serio e considerato un artista rivoluzionario da critici musicali e ascoltatori.

Queste creazioni ben esemplificano la voglia di buttare giù i pilastri del “partito preso”. Perché l’arte è bella anche senza per forza ambire a un aulico che in realtà non è altro che qualcosa di poco sincero. Di “artefatto” e non “fatto di arte”, per l’appunto.

La musica e il potere delle immagini

Nell’ambito della loro libertà espressiva, tuttavia, i Ground’s Oranges non disdegnano di sviluppare progetti per artisti anche appartenenti allo scenario Indie.

Il compromesso “storico” del collettivo è comunque quello di non barattare mai la propria autonomia artistica in nome della “commissione”.

E questa voglia di anteporre la propria indole viene fuori in tutte le loro collaborazioni artistiche con artisti di caratura nazionale come Baustelle, Zen Circus, Maldestro, Colapesce, Gazzelle e altri ancora.

Le produzioni visive, poi sono delle vere chicche: dalle atmosfere volutamente “britpop” di Meglio Così di Gazzelle (2017); passando dall’incarnazione più pura della sicilianità totale di Spine di Maldestro (2018); per arrivare allo sfondamento dei tabù dell’omosessualità dell’Italia benpensante in L’Altra Guancia (2015) e dell’Islam in Maometto a Milano (2017), entrambi videoclip girati per brani di Colapesce.

E menzione a parte meritano due videoclip in particolare.

Il primo, interpretato da un ispiratissimo Corrado Fortuna, è il pastiche pseudo-satanista del video per GIORNI BUONI di Dimartino (2019) dove atmosfere simboliche ed evocative fanno da sfondo a una carnale e lancinante storia passionale.

Un incalzare di inquadrature e di immagini che ben rimembrano certo cinema di Alejandro Jodorowski (e sono i ragazzi stessi a dichiarare la propria ispirazione per alcuni loro video a pellicole come El Topo).

Ed infine a uno dei punti più alti (perlomeno a parere di chi scrive).

Vale a dire al videoclip di Catene (2018) degli Zen Circus. Uno storytelling visivo che ben si adatta e amalgama alla penna nichilista e corrosiva del front-man della band Andrea Appino.

Girato anche, tra le altre location, in una villa Bellini a Catania stupendamente vuota, il video è la fusione di passato, presente e futuro a uno schiocco di dita dalla morte.

In una serie di immagini che si susseguono scocca la fugacità dell’esistenza: tra finzione e reale, tra palcoscenico e vita vissuta, tra demoni interiori e disillusioni esteriori.

E sebbene i ragazzi del collettivo stesso respingano un approccio toccante a questo video si può anche ammettere, senza sfociare nel mero sentimentalismo, che qualche corda importante dell’anima sia stata toccata.

Arte come divertimento

Le creazioni di questo collettivo “anarchico” e “illuminato” sono dunque autentiche, evocative e irriverenti.

E tutto questo, per loro stessa dichiarazione, non lo fanno per adeguarsi al mercato, per fare soldi o per sbarcare il lunario.

Questi giovani ragazzi sono infatti “costretti” a fare altri lavori per “sostentarsi”.

Ciò nonostante, il messaggio più lampante che possiamo desumere da questo incontro è che l’arte, se autentica, non deve scendere a patti con “mammona”.

Altrimenti basterebbe produrre dei videoclip spazzatura per il pop, il neomelodico o la trap.

Una filosofia che ci piacerebbe riassumere in: “Non al denaro, non all’amore, né al cielo”. Ma solo perché ci si diverte.

Simone Bellitto

A Palermo con Ferdinando Scianna, Franco Zecchin e Letizia Battaglia

Il 7 Aprile 2019 è stata una di quelle classiche date che, per i corsisti, i soci e tutto lo staff di ImagoZero Catania, difficilmente potrà essere cancellata dalla memoria.

In un trittico che definire delle meraviglie sarebbe dire poco, l’allegra compagnia di insegnanti e di aspiranti fotografi hanno potuto apprezzare tre stupendi momenti per una giornata assolutamente indimenticabile.

Tre momenti vissuti nella suggestiva cornice di Palermo che, qui di seguito, vogliamo a grandi linee descrivere. Così da poter ipoteticamente comunicare ai lettori quali meraviglie hanno potuto guardare oggi i nostri increduli ed emozionati occhi.

La mostra di Ferdinando Scianna

Ad aprire le danze è stata la mostra dal titolo “Viaggio Racconto Memoria” dedicata ad uno dei fotografi più celebri ancora viventi, che tutto il mondo ci invidia: Ferdinando Scianna.

Il fotografo isolano – reporter di fama e noto membro della Magnum Photos – ci illustra con il suo eccezionale bianco e nero la propria concezione del medium fotografico: uno sguardo a 360° sul mondo che ci circonda.

Ed è questo viaggiare incessante il fulcro della sua opera: un viaggio che è più un iter della mente che fisico.

La mostra, infatti, è sapientemente divisa per vere e proprie mappe concettuali.

Si parte da un viaggio nella memoria, alla ricerca di un’isola che non c’è (più) come quella Sicilia perduta, quasi dimenticata in ricordi che hanno un gusto dolce-amaro. All’insegna di una melanconia per una tradizione che sta scomparendo, sommersa da un eterno presentismo.

Per poi passare verso altri mondi: come ne sono testimonianza i suoi viaggi negli Stati Uniti, metà da lui particolarmente gradite perché fornisce spicchi di realtà che tutti conosciamo, ma che non smettono mai di sorprenderci.

O il suo viaggio verso il “mondo offeso”, citando Vittorini: un viaggio nella sofferenza, nella fame e nei patimenti di luoghi e persone feriti da guerre, epidemie e migrazioni di massa.

Una via crucis nei meandri del dolore che attraversa nazioni come il Libano, l’India, l’Etiopia fino ad arrivare al dramma dei profughi albanesi negli anni ’90.

O ancora il suo rapporto di simbiosi con le ombre: uno strumento per Scianna indispensabile per scrivere con la luce. Ma anche per disegnare ed evidenziare concetti ed emozioni con la sua mano fotografica, diretto prolungamento della sua anima.

E, infine – ma tante altre sotto-trame non mancherebbero – il suo rapporto con gli altri artisti e con il mondo dello spettacolo, finemente narrato dalla bellezza dei suoi ritratti.

Si va dall’affresco “familiare” all’amico e compagno di mille viaggi, Leonardo Sciascia; agli scatti dedicati ad altri maestri della fotografia mondiale come Henri Cartier-Bresson e Jacques Henri Lartigue; per chiudere con l’incontro folgorante con la modella Marpessa, che verrà magistralmente incastonata come una gemma tra le gemme, tra le bellezze e le strade siciliane. All’insegna, in parole povere, di un concetto di “moda” scarno ed essenziale, totalmente privo di patina.

La mostra, in conclusione, è uno spettacolo visivo in cui è concentrata una parte significativa di un’attività prolifica, incessante e mai doma da decenni.

E dalla voce “in carne ed ossa” di Scianna siamo guidati dall’inizio alla fine. Le audio-guide sono come Virgilio e Beatrice per Dante: una voce che ci porta dai meandri dell’Inferno in Terra a mirar le “stelle”. Che queste stelle siano quelle dello spettacolo e non astri celesti, beh, poco importa.

La mostra “Viaggio Racconto Memoria” è esposta al GAM – Galleria d’arte Moderna “Empedocle-Restivo” di Palermo, fino al 28 luglio 2019.

La mostra di Franco Zecchin

Il secondo appuntamento di giornata, non meno emozionalmente intenso, si è svolto (come anche il terzo) al Centro Internazionale di Fotografia, dove la troupe dell’associazione ha avuto il piacere di vedere la mostra, dal titolo “Continente Sicilia” dedicata al fotografo Franco Zecchin.

Fotoreporter che della Sicilia ha fatto il suo vero e proprio “Teatro di guerra”.

Al centro dei suoi scatti, infatti, ci sono le persone che, nel bene o nel male, hanno segnato la storia recente della nostra Isola, bella e maledetta.

Fotografie che spesso “si macchiano” del sangue dei vincitori e dei vinti, a descrivere quel conflitto armato scatenato dalle Mafie senza lasciare nulla all’immaginazione: col coraggio e con la durezza di un pugno allo stomaco veniamo trascinati tra le scene degli omicidi “eccellenti” degli uomini di Stato e della “gente di rispetto”.

Intervallando questo bagaglio di orrori con scene di vita quotidiana, manifestazioni di protesta contro le basi missilistiche, feste paesane e angoli di ospedali psichiatrici. Il tutto in nome della pura e semplice verità.

Questa verità che si trova, si, annaspando tra i corpi senza vita e tra le macerie degli attentati dinamitardi: senza però dimenticare questi martiri come erano da vivi.

Perché il messaggio è chiaro: Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Rocco Chinnici e Cesare Terranova non sono dei santini da esibire quando serve.

La mostra “Continente Sicilia” di Franco Zecchin è visitabile fino al 16 Giugno all’interno dei locali del Centro Internazionale di Fotografia di Palermo.

L’incontro con Letizia Battaglia

Infine l’episodio conclusivo – ma di certo non meno importante della giornata – è stato dedicato all’incontro con la direttrice del Centro Internazionale di Fotografia, vale a dire la fotografa Letizia Battaglia.

Una donna che, dall’alto dei suoi 84 anni, ha le idee assolutamente chiare sul mondo della fotografia e sulla lezione da impartire ad amatori ed aspiranti professionisti, che gli attenti interlocutori hanno assorbito dalla prima all’ultima parola.

La fotografa ha parlato degli anni bui della Sicilia preda della morsa mafiosa, quando con estremo coraggio sfidò l’omertà della città, grazie all’esibizione pubblica delle immagini dei morti ammazzati per strada. Un atto di coraggio che non esiterebbe a rifare, se necessario, anche alla sua veneranda età.

Ha descritto anche le sue esperienze professionali: citando come uno dei suoi punti di riferimento il fotografo ceco Josef Koudelka.

Un artista che ha fatto della macchina fotografica il suo credo di vita, la sua missione: senza scendere mai a nessun compromesso con il mercato e con gli editori, rinnegando il profitto economico per la piena tutela della sua libertà espressiva.

E la Battaglia condivide questo spirito anticonformista: a tutela di una concezione dell’artista che possa essere premiato per i propri meriti, senza divenir mero pasto per i salotti borghesi dell’arte fine a sé stessa.

Infine, ha esortato i giovani amatori a tirare fuori dai propri scatti ciò che realmente si ha dentro: per una fotografia che scuota veramente, che riesca a sconfiggere definitivamente la cecità e l’anestesia visiva alle immagini delle quali siamo quotidianamente vittime.

Concludiamo rispondendo con entusiasmo a questa esortazione: ribadendo che l’associazione ImagoZero non potrà facilmente dimenticare questa giornata.

Così tanto piena e allo stesso tempo così tanto bella da essere volata via come il più fugace degli attimi.

Breve e intensa come il più riuscito degli scatti.

Simone Bellitto

Agnès Varda: una vita tra Fotografia e Cinema

Agnès Varda, © Cortesía de FICG 25 / Oscar Delgado , 2010

Reportage, cinema e fotografia non sono compartimenti stagni. Anzi, spesso e volentieri sono ambiti che si intrecciano in modo molto proficuo, generando un valore aggiunto ad opere d’arte che già singolarmente hanno un contenuto formale ed estetico molto elevato.

Non sono rari i casi di grandi registi che hanno avuto rapporti proficui con più media: basti pensare ai fortunati esordi fotografici di Stanley Kubrick.

O il talento spiccato di Wim Wenders nel barcamenarsi in maniera autorevole tra un’arte e l’altra (basti pensare a quel capolavoro assoluto di “cinema sulla fotografia” che è Il Sale della Terra, dedicato al grande Sebastião Salgado).

Uno di questi grandi artisti, figli allo stesso modo di macchina fotografica e cinepresa, ci ha purtroppo recentemente lasciati, esattamente il 29 marzo 2019.

Parliamo della regista, e fotografa francese Agnès Varda.

Un’abile documentarista

La Varda era soprattutto nota nel campo del Cinema, spesso per essere stata accostata alla Nouvelle Vague, uno dei movimenti cinematografici più conosciuti della cinematografia francese.

È stata soprattutto un’abile documentarista e autrice di film spesso a metà tra finzione e realtà: ha girato all’incirca una decina di pellicole tra lungometraggi, corti e documentari veri e propri.

Nel 2018, tributo a una grande carriera, le è stato anche assegnato l’Oscar alla carriera.

La passione per la fotografia

Un po’ meno nota, ma di certo non di inferiore qualità, è stata la sua attività di fotografa in giro per il mondo.

Lo stesso sguardo rigorosamente analitico che troviamo nella sua opera documentaristica è sicuramente riscontrabile nella sua opera fotografica.

Nei suoi viaggi in terre spesso molto lontane, sia fisicamente che mentalmente distanti dal nostro Occidente, Agnès Varda immortala persone e situazioni senza compassione, patimento o enfasi non necessarie.

Inquadrando, nell’angolo di mondo congelato dai suoi scatti, soltanto attimi di realtà, vita vissuta.

Come nei suoi reportage ambientati nella Cina maoista o nella Cuba di Castro.

Nel primo caso la fotografa si recò in Estremo Oriente nel 1957, all’interno di una vera e propria “missione” diplomatica, assieme ad alcuni ambasciatori francesi, per documentare la vita nel paese.

Cina, 1957 – © Agnès Varda

Sono scatti che rappresentano la gente comune, la vita quotidiana, le famiglie e gli operai di una società di certo in fermento, alle prese con un’industrializzazione (forzata) che tristemente di lì a poco avrebbe dato amari frutti.

La Varda, molto lontana dall’operare una mera mitizzazione del regime, lascia che sia la macchina fotografica a descrivere situazioni e cose al posto delle parole.

Lo stesso discorso vale per il suo viaggio personale a Cuba, nel 1963, dove la vitalità del popolo ispanico, fresco di rivoluzione ed in pieno scontro aperto con i vicini a stelle e strisce, colpisce il suo occhio.

Cuba, 1963 – © Agnès Varda

E dai suoi occhi questo eterno movimento di persone in cerca di libertà finirà per impressionarsi nei suoi scatti: i giovani, la musica e le lotte per l’uguaglianza emergono in una società che, nel suo essere contraddittoria, genera un’interessante soggetto da mettere a fuoco.

Anche qui la Varda tenta di non lasciarsi abbagliare dal clamore mediatico sorto attorno alla giovane repubblica: più che le pose di Castro le interessa guardare il popolo, la gente.

Fare il ritratto ad una società, quella degli anni ’60, che sta per cambiare in ogni angolo del pianeta.

Un legame indissolubile

Anche quando deciderà di dare maggiore propensione alla sua attività cinematografica, Agnès Varda sarà sempre legata in modo indissolubile alla fotografia.

Un tributo al dagherrotipo che la cineasta non dimenticherà di citare neanche nei suoi film.

Vogliamo citare, semplicemente come esempio, in una sorta di procedimento ad anello, il suo primo e il suo ultimo film.

Ne La pointe courte (1955), interpretato da un giovanissimo Philippe Noiret, un film a metà tra lirismo alla Jean Vigo e neo-realismo italiano, troviamo alcuni frame che sono montati come se fossero dei veri e propri scatti fotografici.

Frame dal film “La Pointe Courte”, 1955, Agnès Varda

Immagini in movimento che però scolpiscono molto bene l’istante singolo, la fatuità del momento. Quasi a intervallare e accavallarsi con i “frammenti di un discorso amoroso” (citiamo Barthes) rimasto totalmente inconcluso ed inespresso per i protagonisti della pellicola.

Nel suo ultimo lungometraggio, il documentario Visages, Villages (2018) la regista si lascia trascinare, invece, in un viaggio on the road su e giù per la Francia col fotografo francese JR.

Frame dal film “Visages, Villages”, 2018, Agnès Varda

Ed è qui che questi due girovaghi che hanno sbarcato il lunario (JR è un noto artista che utilizza come sua peculiarità il collage fotografico) entreranno nelle vite delle persone comuni, raccogliendo impressioni, sogni e speranze infrante di una provincia spesso ignorata ma che non muore mai per sempre.

Un vero e proprio testamento spirituale, che acquisisce un significato ulteriormente stratificato dall’emblematica visita alla tomba di Henri Cartier-Bresson: un infinito tendersi a quell’ “istante decisivo” che, probabilmente, raccoglie in maniera intimistica la sua (e la nostra) esistenza.

Simone Bellitto

Animals. Steve McCurry.

Steve McCurry
Milano. MUDEC – Museo Delle Culture.
via Tortona 56
mudec.it
Fino al 31 Marzo 2019

ANIMALS di Steve McCurry – foto di Gabriella Ricifari

Se vi trovate a Milano e riuscite a ritagliarvi due ore libere, vi consigliamo di andare al MUDEC PHOTO, il nuovo spazio espositivo del Museo delle culture, che dal 16 dicembre 2018 al 31 marzo 2019 ospita la mostra ANIMALS di Steve McCurry.

Il fil rouge che lega i 60 scatti di questa mostra è infatti l’indissolubile e reciproco rapporto che lega l’uomo e gli animali, analizzato sotto vari aspetti, da quelli più tragici come l’inquinamento e lo sfruttamento a quelli più poetici e ironici.

Questo progetto espositivo nasce nel 1992 quando McCurry documenta il disastroso impatto ambientale prodotto dalla Guerra del Golfo. In quella occasione il fotografo cattura alcune delle sue immagini più iconiche, come i cammelli che attraversano i pozzi petroliferi in fiamme e gli uccelli interamente cosparsi di petrolio. Questo lavoro gli varrà il prestigioso World Press Photo Award.

A queste immagini dure si alternano altre più soavi o ironiche , come quelle che ritraggono gli animali in posa con i loro padroni e che testimoniano l’affetto che l’uomo riversa sul suo “pet” qualunque esso sia (celebre ad esempio la foto del cane fashion tinto di rosa ad Hollywood o quella del serpente indossato a guisa di collana dal suo padrone in un supermercato americano)
“Io mi sono sempre occupato degli uomini e del loro comportamento” spiega McCurry nel corso della conferenza stampa, “ma mi sono accorto ad un certo punto della mia vita che molte delle fotografie che avevo scattato ritraevano animali e mi ha iniziato ad interessare che tipo di correlazione ci fosse tra loro e l’uomo”.

ANIMALS ci invita così a riflettere sul fatto che non siamo soli in questo mondo e che, sebbene esseri umani e animali condividano la medesima Terra, solo noi uomini abbiamo il potere necessario per difendere e salvare il pianeta.

Gabriella Ricifari

Valentina Di Mauro per IMAGOphotoTALK! 12 Febbraio 2019

Ah! …l’amore! ❤

L’Associazione ImagoZero oggi lo festeggia con alcune immagini del primo IMAGOphotoTALK, una nuova serie di incontri gratuiti di cultura fotografica!

Perchè?!

Beh! Di motivi ne abbiamo tanti!

Pochi giorni fa abbiamo ospitato con enorme piacere una bravissima fotografa catanese, che ha un nome perfetto per l’occasione! Durante due intense ed interessantissime ore di talk, Valentina Di Mauro ci ha presentato il suo lavoro, le sue ricerche e raccontato la sua passione per la fotografia; ci ha mostrato come racconta con le sue immagini le storie ed i sentimenti e ci ha fatto innamorare del suo modo di vedere il mondo attraverso l’obiettivo! Più amore di così…!


Valentina si presenta così:

“Volevo fare la fotografa / Faccio la fotografa.

Mi sono laureata in fotografia a Catania.

Vado in giro quasi sempre vestita di nero e con i capelli regolarmente scompigliati. Da 10 anni fotografo storie, di matrimonio, di famiglia, di strada, di gente che conosco e di gente che non ho mai visto. Fotografo facce, sentimenti, roba che quasi mi commuove e roba che mi fa ridere, attimi di vita vera.

Rovisto nell’ordinario per cercare tutto lo straordinario che mi serve per stupirmi della vita, degli affetti, dei legami.

Tutta la mia vita ruota attorno alle parole: fotografia, postproduzione, mostre fotografiche, libri di fotografia, viaggi fotografici, instagram, cinema.”


Trovi i suoi lavori su:

Sito | Facebook | Instagram

S. AGATA, “THE MAKING OF”


S. Agata, dal 3 al 5 Febbraio a Catania. La prima festa religiosa in Italia, la terza nel mondo.

Tre intensi giorni di tradizione religiosa vissuti ormai da quasi un milione di persone ogni anno, fedeli ma anche moltissimi turisti provenienti da tutto il mondo.

Di questo spettacolo di fede e folklore sono certamente noti i momenti più salienti e gli aspetti maggiormente raccontati negli anni da immagini e parole.

“N.O.P.A.Q.U.I.E.”
Daniele Musso – conosciuto ed emozionante docufilm girato tra il 2 ed il 6 Febbraio 2011.

Ma Catania, a partire dalla fine di Gennaio, vive anche interessanti e poco conosciuti momenti di lavoro, preparandosi per il suo giorno più importante dell’anno.

Attraverso gli occhi ed il lavoro del nostro Daniele Musso vi presentiamo un progetto realizzato nel 2011 ma mai mostrato sul web.

“The Making Of S.Agata Fest”

Non dimenticare di iscriverti al canale Youtube di Imago e attivare le notifiche facendo click sulla campanella!

Buona visione!

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